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La retrospettiva della Pimpa

Marx è morto, Dio è morto e anche io comincio a non sentirmi troppo bene. 
Parafrasando Woody Allen e una delle sue migliori battute, dopo aver visto l'influenza fare il giro di tutti i componenti della famiglia, sapevo che il prossimo sarei dovuto essere io.
Mi illudevo di resistere, di tirare fuori in difesa qualche globulo bianco di prima scelta.
Invece, nulla.
Domenica sera mi arriva la febbre e mi dà il suo benvenuto con una sensazione di ossa mischiate e poi rimontate al posto sbagliato.
D'accordo, mi dico, per un paio di giorni sarò a casa. 
Condividerò le mie ore con Alessia, a casa anche lei per febbre.
Niente progetti di film in TV o di letture sulla poltrona: la presenza di Alessia prevede visioni della Pimpa, disegni, puzzle, stato di veglia costante per evitare che allaghi il bagno aprendo l'acqua del bidet.
La Pimpa resiste, inossidabile, tra generazioni, come il debito pubblico.
Eppure, tra quei colori e quegli oggetti che si animano solo quando parlano con la cagnetta (la cosa più naif che ho visto è stata un letto che nuotava nel mare con tanto di pinne) si impara che ogni cosa ha un nome e con tutti si cerca di aprire un dialogo per conoscersi e completarsi a vicenda.
Ma io preferisco sempre l'Armando, il padrone e papà della Pimpa.
Buffo, pasticcione, dadaista negli atteggiamenti, simpatico, spesso rompiballe ma mai duro, sempre disponibile ad ascoltare ed aiutare la sua Pimpa e a perdonare tutte le birichinate.
Ormai lo adoro: sarà perchè vorrei avere ed essere un padre come lui?


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