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Racconto di Natale

Non spaventatevi se sentite per la prima volta un animale, nel mio caso un bovino adulto, raccontarvi delle cose.
Può capitare, se sapete guardare il mondo con occhi diversi.
Quello che state per leggere ha dell’incredibile, soprattutto se non siete abituati a pensare che anche gli animali vivono, ragionano, amano a modo loro, come voi e spesso meglio di voi.
Ci sono anche qui eccezioni, capirete: dalla medusa che passa tutto il santo giorno a cullarsi, allo scimpanzè che sa far di conto ci passa tutta una serie di specie diverse.
Io, in quanto bue, so parlare abbastanza bene.
Però scrivo male, nel senso della calligrafia: illeggibile; provate voi a tenere una penna tra gli zoccoli.
E allora per scrivere i testi mi faccio allora aiutare dalle scimmie.
Così, dopo questo prologo sulla stranezza di un bue parlante, posso cominciare a ricordare quello che ho visto anni fa, in una buia stalla dell’entroterra palestinese.

La sera era fredda ed io rientravo a cercare un po’ di calore, ma anche un po’ di fieno: va bene che siamo ruminanti, ma per ruminare qualche cosa dobbiamo pure buttare giù.
Non c’era il solito buio; il cielo era sereno e una strana stella con una lunga scia luminosa era arrivata quella sera nel cielo.
Non che facesse luce come la luna piena, ma sicuramente la si vedeva da lontano.
Sinceramente la neve non me la ricordo; penso sia stata un’invenzione di qualche scrittore che ha raccontato anche lui quello che sto per dirvi e ci ha messo negli anni un po’ di fantasia.
Dunque: entro nella mia stalla e ci trovo due persone con un bambino piccolo in braccio, di quel tipo e grandezza che voi uomini chiamate neonati.
“Ci siamo”, mi sono detto, “stasera non si dorme”.
Era gente forestiera: lui un omone con tanto di barba e lei più piccolina e graziosa (gran bella ragazza, altrochè) che doveva aver partorito da poco, forse aiutata da lui.
Parlavano e qualcosa capivo (vi confesso che ho imparato a conoscere qualche parola umana, e vado anche un po’ più in là di “gira!”, “muovi questo aratro!” e “cornuto d’un bue!”).
Gente povera, lui falegname e lei proprio non l’ho capito; erano venuti fin qui a Betlemme per il solito censimento di Erode, e non sapevano dove dormire
Le locande, dicevano, erano tutte piene; c’è da aspettarselo, con la faccenda del censimento, di solito si deve arrivare abbastanza presto..
E così si sono cacciati qua e, tanto che c’erano, al bambino è anche venuto in mente di nascere..
Con la ragazza che doveva partorire e tutto pieno in giro sono venuti nella stalla, dove poi sono arrivato anche io.
Devo dire che, quando sono arrivato mi hanno guardato un po’ male, soprattutto il papà, quello con la barba.
Ma poi ci siamo piaciuti.

Il freddo trasformava il mio respiro in una nebbia densa, rivolo di fumo caldo che accarezzava le ossa irrigidite dal freddo.
Era brezza il mio fiato, spirito della vita che usciva dala mia bocca per andare nelle narici del bambino.
Penso di averlo salvato con l’unica cosa che potevo donargli: il mio calore.
Sì, è vero: quella sera c’era anche un asino che ogni tanto passa di lì; ma volete mettere quanto fiato ha un bue dentro di sè?
E così per qualche giorno ho ricoperto di fiato quel piccolo, per farlo sentire al caldo.
Avrei voluto coccolarlo, leccarlo, passargli addosso il muso, carne contro carne, con il linguaggio dell’amore che non vale solo per gli uomini.
Ogni bambino è speciale, ma quello sentivo che io lo amavo, sentivo che il mondo lo amava, che avevo davanti a me qualcosa di unico.
Non so che cosa sia diventato da grande quel bambino: io l’ho visto solo per quattro o cinque notti poi, di fretta e furia sono partiti tutti e tre.
Tra l’altro l’ultimo giorno era pure pieno di gente che veniva a salutarlo.
Ho ancora davanti agli occhi i pianti e i sorrisi di quel neonato e, allora, sapete che vi dico?
Se nascono ancora bambini e cuccioli di bue allora vuole dire che il mondo ha ancora voglia di crescere insieme a loro.

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